Osservazione di Paesaggio Mutante |01

Modena, 2026

Preferirei fotografare la natura libera, o almeno gli spazi dove si esprime liberamente. Invece non riesco a smettere di guardare questa scena, un altro prato ai limiti del centro urbano devastato dall’edificazione di nuove costruzioni. La giovane pianta con sostegno parla di una vegetazione sempre addomesticata a nostro consumo, e tra la terra scavata dalle ruspe e la gru che promette altre nuove palazzine color tristezza e angoscia, l’unica cosa che mi ricorda una vita a dimensione umana è la sedia. Mi ricorda certe scene di periferia romana di alcuni film della seconda metà del ‘900. Immagino che ci si possa essere seduto qualcuno per riposarsi dalla raccolta del radicchio selvatico, o che possa essere stata portata da qualcun altro che in inverno è stato lì a scaldarsi le ossa al sole. In fondo, intorno c’è ancora un po’ di verde.

Guardo ancora questa scena e la verità è che la scelta dei colori di quei condomini è ciò che più di tutto attira la mia attenzione: perché scegliere solo colori tristi? Una vecchia casa grigia può essere bellissima, ma nuove costruzioni tutte uguali, squadrate, asettiche, anonime come bunker post-atomici, di colore bianco e grigio, bianco e nero, bianco e marrone, sono brutte e aggiungono alienazione al paesaggio. All’improvviso mi coglie una domanda che mi costringe a usare un neologismo detestabile: non sarà il caso di cominciare a pensare a una armocromia del paesaggio? Di recente hanno ridipinto i muri esterni della mia casa e ho temuto che i proprietari potessero cedere al fascino di questa moda. Fortunatamente così non è stato, e la mia casa ha ancora muri color crema pasticcera.

Dedicherò un po’ di tempo a questa tendenza architettonica, asseconderò il mio bisogno di approfondire.

Il brano che segue è tratto da “Paesaggio Costituzione Cemento” di Salvatore Settis, edito da Einaudi e pubblicato nel 2012, ed è quasi più attuale oggi di allora.

“Siamo, ci sentiamo fuori luogo. Siamo spaesati, in senso sia metaforico che letterale. Non ci riconosciamo negli orizzonti (fisici e politici) che ci circondano.”… “Siamo, ci sentiamo fuori luogo anche nelle nostre città, nel nostro paesaggio, ridotto a terreno di caccia per chi voglia farvi bottino. Come se non bastasse, ci troviamo istantaneamente d’accordo quando il primo che passa ci spiega che manca in Italia un’architettura moderna, e che il terreno perduto va recuperato velocemente impiantando intorno a Roma, Milano, Torino altrettante cinture di grattacieli; cioè imitando nemmeno più Chicago o New York, ma Singapore o Dubai. I nostri centri storici, eredità preziosa ma fragile, tendono a perdersi entro le periferie che li assediano, capovolgendo ogni gerarchia: piazze medievali, cattedrali e palazzi comunali stanno per diventare una sorta di quartiere dei giochi o di shopping center artificiale, più simile alle evocazioni di cartapesta di Las Vegas che alle città di Dante e di Palladio. Questo processo di disneyficazione era annunciato da molto tempo, ma ora è venuto a maturazione: parve strano a molti, nel 1981, un articolo nella rivista «Ur-banistica>> secondo cui <«la trasformazione di Venezia in una disneyland potrebbe segnare il passaggio a un modo di vivere più creativo, più allegro, più festoso», ma la nomina del suo autore a membro del Consiglio Superiore dei Beni Culturali (2009) indica che il trend è ormai vittorioso.”