Conversazione e documentazione visiva con Franco Vaccari | Conduce l’incontro William Guerrieri


SABATO 14 APRILE 2018

In collaborazione con Teatro dei Venti e Biblioteca Poletti, a cura di Chiara Ferrin,
Lo Sguardo Degli Altri presenta:

FRANCO VACCARI | CONVERSAZIONE E DOCUMENTAZIONE VISIVA |

CONDUCE L’INCONTRO WILLIAM GUERRIERI

ore 17.30 presso la Sala dell’Ex Oratorio – Palazzo dei Musei – Modena (Si accede da Viale Vittorio Veneto 5, e da da Piazzale Sant’Agostino 337)

L’incontro è a ingresso libero
Per informazioni
foto@chiaraferrin.com
Telefono 3283260054

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Franco Vaccari, Esposizione in tempo reale, lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio, 1972
 

"Franco Vaccari, Esposizione in tempo reale, lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio, 1972"

 

Franco Vaccari (1936, Modena) compie studi a indirizzo scientifico laureandosi in fisica. Esordisce come poeta visivo con Pop esie (1965), Entropico e Le tracce (1966). Nel 1972 è invitato a partecipare alla Biennale di Venezia, dove conquista notorietà internazionale con l’Esposizione in tempo reale # 3 “Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio”. Nelle “Esposizioni in tempo reale”, importante è il ruolo della fotografia che è utilizzata sia come documento, che come strumento per la realizzazione dell’evento, che spesso prevede il ruolo attivo dello spettatore nel dare significato all’opera prodotta. Dalle prime “Esposizioni in tempo reale”, la riflessione teorica sulla fotografia accompagnerà sempre l’attività artistica di Franco Vaccari, con la produzione di brevi saggi e pubblicazioni fra i quali l’importante “Fotografia ed inconscio tecnologico”, edito nel 1978. Oltre alle successive partecipazioni alla Biennale di Venezia del 1980 e del 1993, con due sale personali, numerose sono le esposizioni in Italia e all’estero fra le quali ricordiamo una mostra antologica nel 1984 al Museum Moderner Kunst di Vienna, la partecipazione nel 1986 alla XI Quadriennale di Roma.

Nel 1999 partecipa alla mostra “Minimalia” al PS1 Contemporary Art Center di New York, nel 2001 è a Varsavia presso il Centro per l’Arte Contemporanea, nel 2004 a Praga all’Istituto Italiano di Cultura e nel 2008 a Lugano al Museo Cantonale d’Arte. Ancora in anni più recenti partecipa a importanti esposizioni a livello internazionale fra le quali la Biennale di Gwangju (Corea del Sud) e la mostra “Strange Comfort” alla Kunstalle di Basilea. A tutt’oggi ha realizzato 45 “Esposizioni in tempo reale”, numerosi video e 28 libri d’artista.

 

William Guerrieri (1952, Modena) è fotografo e curatore, ed è stato negli anni Novanta ideatore del progetto Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea (Rubiera, Reggio Emilia). Ha curato per Linea di Confine numerose mostre fra le quali “Via Emilia. Fotografie, luoghi e non luoghi” (L’Ospitale, Rubiera, 1999/2000), “Luoghi come paesaggi. Fotografia e committenza pubblica in Europa negli anni Novanta” (Galleria degli Uffizi, Firenze, 2000), “Linea veloce Bologna-Milano” (l’Ospitale, Rubiera, 2003-2010) e con Antonello Frongia “Red Desert Now! L’eredità di Antonioni nella fotografia italiana contemporanea” (L’Ospitale, Rubiera, 2017). Ha partecipato come autore a numerose esposizioni in Italia ed in Europa e ha pubblicato monografie e saggi fra i quali “Attualità del documentario” in “Luogo e identità nella fotografia italiana contemporanea” a cura di Roberta Valtorta, Einaudi, Torino, (2013).

 
 

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Tour of the Monuments of Passaic

“… Camminando sul ponte, era come camminare su un’enorma fotografia fatta di legno e di ferro e, sotto, il fiume si presentava come un’enorme pellicola cinematografica che non aveva altro da mostrare che un bianco continuo … Lungo le rive del Passaic River c’erano numerosi monumenti di minore importanza, come i cavalletti in cemento che sostenevano la banchina di un’autostrada in costruzione. River Drive era in parte trasformata dai bulldozer e in parte intatta. Era difficile distinguere la nuova strada dalla vecchia; erano confuse entrambe in un caos unitario. Siccome era sabato, molte macchine non lavoravano, e questo le faceva sembrare delle creature preistoriche intrappolate nel fango, o meglio, delle macchine estinte – dinosauri meccanici a cui avevano strappato la pelle. Sul lato di questa preistorica Età della Macchina c’erano delle casette di prima e dopo la seconda guerra mondiale.
Mentre continuavo a camminare verso nord verso quello che era rimasto di River Drive, ho visto un monumento al centro del fiume – una gru che pompava in un tubo … una fontana monumentale fatta da sei camini orizzontali immetteva nel fiume un fumo liquido. Il grande condotto era misteriosamente collegato alla fontana infernale. Era come se, sodomizzando segretamente qualche orifizio tecnologico nascosto, avesse provocato l’orgasmo di un organo sessuale mostruoso (la fontana). Uno psicanalista direbbe senza dubbio che il paesaggio manifestava delle ‘tendenze omosessuali’, ma io non tirerei delle conclusioni così grossolanamente antropomorfiche. Mi accontenterei di dire: ‘Era là’ … Può essere che ero scivolato a un livello inferiore di futurità. Avevo lasciato un futuro per procedere  in un altro futuro? Sì, sicuramente. A questo stadio della mia odissea suburbana la realtà era ormai dietro di me. Se il futuro è desueto e fuori moda, allora avevo fatto un’incursione nel futuro. Mi ero trovato in un pianeta dove era tracciata la pianta di Passaic, una carta imperfetta, a dire il vero. Una carta siderale dove erano segnate linee della lunghezza delle strade, e blocchi quadrati della dimensione degli edifici. In ogni momento il suolo di cartone si sarebbe potuto aprire sotto i miei piedi. Sono sicuro che il futuro si è perso da qualche parte nella discarica di un passato non storico; sta nei giornali di ieri, negli annunci dei film di fantascienza, nei falsi specchi dei nostri sogni abbandonati. Il tempo trasforma le metafore in cose, le impila nelle celle frigorifere o le mette sui terreni di gioco celesti delle nostre periferie …
Avevo errato in un mondo immaginario che non riuscivo neanche io bene a immaginare. Questo panorama zero sembrava contenere delle rovine all’inverso, ossia tutte le costruzioni che sarebbero state costruite. È il contrario della rovina romantica: queste opere non cadono in rovina dopo la loro costruzione, tendono alla rovina ancora prima di essere costruite.
Questa messa in scena antiromantica evoca l’idea ormai screditata del tempo e di altre cose fuori moda. Le periferie esistono senza un passato razionale, fuori dai ‘grandi avvenimenti’ della storia. Beh, ci possono anche essere delle statue, una leggenda e due o tre curiosità, ma non il passato, solamente quello che avviene per il futuro.  Un’utopia senza fondo … Passaic sembra piena di ‘buchi’, se comparata a New York City, che sembra ben impacchettata e solida; in un certo senso, questi buchi sono delle lacune monumentali che evocano, senza volerlo, le tracce di un insieme di futuri all’abbandono. Sono quei futuri che troviamo nei film utopici di serie B, e che poi vengono imitati dagli abitanti delle periferie.
L’ultimo monumento è una grande vasca di sabbia … Evocava la tetra dissoluzione di interi continenti, l’essicamento degli oceani; sparite le verdi foreste e le alte montagne, tutto quello che era esistito non era latro che milioni di granelli di sabbia, un immenso ammasso di ossa e pietre polverizzate. Ogni granello era una metafora morta … una tomba a cielo aperto su cui i bambini giocavano gaiamente … Mi piacerebbe stabilire l’irreversibilità dell’eternità per mezzo di una semplice esperienza che provoca l’entropia. Immaginate questa vasca di sabbia divisa in due, una parte di sabbia nera e l’altra di sabbia bianca. Prendiamo un bambino e facciamolo correre nella vasca per cento volte seguendo la direzione delle lancette di un orologio, fin quando la sabbia si mescola e comincia a diventare grigia; poi facciamolo correre in senso inverso; questo non porterà a ristabilire la divisione iniziale, ma a un aumento del grigio e a un’entropia accresciuta. Certamente se filmassimo l’azione potremmo fare la dimostrazione della reversibilità dell’eternità mostrandolo all’inverso, ma prima o poi sarà il film che si disintegrerà o sarà perduto, per finire in uno stato di irreversibilità”.

Robert Smithson, The Monuments of Passaic, 1967

 

 

©Chiara Ferrin

 

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L’Angolo di Paesaggio -
Che ad ogni risveglio -
Fra la Tenda e il Muro
Sopra un’ampia Fessura -
Come una Veneziana – in attesa -
Si accosta ai miei occhi aperti -
È solo un Ramo di Melo -
Che si staglia obliquo, nel Cielo -

La Sagoma di un Comignolo -
La Fronte di una Collina -
Talvolta – l’Indice di una Banderuola -
Ma quest’ultima è – Sporadica -

Le Stagioni – mutano – il mio Quadro -
Sul Ramo di Smeraldo,
Mi sveglio – e non trovo – Smeraldi -
Poi – Diamanti – che la Neve

Da Scrigni Polari – mi ha portato -
Il Comignolo – e la Collina -
E anche il dito del Campanile -
Questi – non si muovono affatto -

Emily Dickinson

 

 

©Chiara Ferrin

 

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“Il concetto di paesaggio contiene infiniti elementi e molti dei problemi che oggi ci affliggono: mutamenti climatici, degrado ambientale e inquinamento, appartenenza e alienazione sociale, apertura e chiusura dei confini, post-colonialismo, scenari di migrazione e di guerra. È eredità e memoria dei luoghi. Il rapporto tra l’umano e il suo ambiente non è mai ‘neutrale’ né unidirezionale (qualunque sia la direzione). Ogni volta che entriamo nel paesaggio lo lavoriamo, e lui lavora noi: individui, comunità, nazioni. È un concetto in costante tensione e lavora alla base della storia e della politica, delle relazioni sociali e delle rappresentazioni culturali.  Gioca sui confini e mescola i territori. E anche se il muro può tagliare il paesaggio, come vorrebbe Trump, il paesaggio è più forte del muro e lo circonderà. I muri separano ma sono destinati a crollare.”

Mindscapes. Psiche nel paesaggio. Vittorio Lingiardi

 

 

©Chiara Ferrin

 

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“Fulton elabora il tema del camminare come un atto di celebrazione del paesaggio incontaminato, una sorta di pellegrinaggio rituale attraverso quello che resta della natura. Il suo lavoro si accompagna a una preoccupazione ambientale ed ecologica, e i suoi viaggi possono essere letti anche come forma di protesta: ‘Il mio lavoro può inserirsi evidentemente nella storia dell’arte, ma mai nel passato c’è stata un’epoca in cui le mie preoccupazioni aveva tanto significato come oggi … gli spazi aperti stanno sempre più scomparendo … per me essere nella natura è una forma di religione immediata’. Long riconosce che ‘la natura produce molto più effetto su di me che non io su di lei’. Per i due artisti la natura coincide con una Madre Terra inviolabile sulla quale si può camminare, disegnare delle figure, spostare le pietre, ma non trasformarla radicalmente. È questo il punto da cui hanno ripetutamente preso le distanze dagli artisti della land art. La loro ricerca, che affonda le radici nella cultura del megalitismo celtico, è decisamente lontana dalla trasformazione massiccia dei paesaggi americani. Per Long ‘land art è un’espressione americana. Sta a significare dei bulldozer e dei grandi progetti. Mi sembra essere un movimento tipicamente americano; è la costruzione di opere su alcuni terreni comprati dagli artisti con il fine di fare un grande monumento permanente. Tutto ciò non mi interessa assolutamente’. L’intervento di Long è privo di ogni apporto tecnologico, non incide in profondità la crosta terrestre, ma ne trasforma la sola superficie e in modo reversibile. Il solo mezzo impiegato è il proprio corpo, le sue possibilità di movimento, gli sforzi delle sue braccia e delle sue gambe: la pietra più grande che viene utilizzata è quella che si può spostare con le proprie forze e il percorso più lungo è quello che il suo corpo può sostenere in un certo periodo di tempo. Il corpo è uno strumento di misura dello spazio e del tempo. Attraverso il corpo Long misura le proprie percezioni e le variazioni degli agenti atmosferici, utilizza il camminare per cogliere il mutare della direzione dei venti, della temperatura, dei suoni. Misurare significa individuare dei punti, segnalarli, allinearli, circoscrivere degli spazi, intervallarli secondo un ritmo e una direzione, e anche in questo Long trova una radice primordiale: la geometria come misura del mondo.”

Walkscapes. Camminare come pratica estetica. Francesco Careri

 


 

 

©Chiara Ferrin

 

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“In un’epoca sempre più dedita alla cura consolatoria del proprio giardino, mentre il paesaggio collettivo è sfigurato da edifici coperti di cartelloni o da luoghi resi obbedienti e residenziali, il concetto di ‘Terzo paesaggio’ ci è utile anche da un punto di vista psichico. Nei vuoti urbani, osserva Gilles Clément, compaiono erbe, arbusti e fiori, piccole foreste primigenie dell’abbandono. Non di rado la vista di questa natura risorgente, una natura zombie, suscita preoccupazione o sdegno negli abitanti, per il suo aspetto selvatico e anche un po’ borderline. Clément, paesaggista, ingegnere agronomo, botanico ed entomologo, considera  la biodiversità presente in quei luoghi una risorsa di diversità e di bellezza. Il Terzo paesaggio naturalmente non riguarda solo le città, ma anche strade, lande, torbiere, ripe e luoghi variamente incerti: i ‘frammenti indecisi’ del Giardino Planetario che rappresentano la somma degli spazi abbandonati dall’uomo dove la natura riprende il controllo.”

Mindscapes. Psiche nel paesaggio. Vittorio Lingiardi

 

 

©Chiara Ferrin. Piccolissima porzione di bosco nato spontaneo ai limiti dell'estrema periferia sud di Modena. 

 

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“Il Claude Glass era un prodotto del movimento pittoresco, che insegnava che i paesaggi e le scene naturali potevano essere pienamente apprezzati solo se venivano valutati alla guisa di quadri, e che l’arte a sua volta poteva essere perfezionata solo tramite uno studio più attento del paesaggio e della natura. Da allora dipinti e paesaggi sono sempre stati imprigionati in questo legame autoreferenziale, al punto che oggigiorno i quadri possono essere i nostri modelli comuni di come dovrebbe apparire uno scenario e, implicitamente, la natura stessa. Il panorama dalla cima di una collina, la scena magistralmente incorniciata nel Claude Glass, la visione prospettica in cui l’osservatore è il punto focale, hanno finito con il dominare la nostra prospettiva visiva sul mondo naturale. Persino tra i pittori che potrebbero essere genericamente definiti romantici è difficile trovare riprodotto il campo visivo che si ha dal fondo di una siepe o dall’interno di un bosco.”

Il taccuino del naturalista. Esplorare la natura con i cinque sensi. Richard Mabey

 

 

©Chiara Ferrin

 

MAURIZIO BUSCARINO | UNA FOTOGRAFIA




MAURIZIO BUSCARINO | UNA FOTOGRAFIA | MODENA 25 NOVEMBRE 2017

RIMANDATO AL 17 MARZO 2018

scheda iscrizione Maurizio Buscarino

 

"Amleto nel cortile dell'aria" ©Maurizio Buscarino

©Maurizio Buscarino.
“Amleto nel cortile dell’aria”
Compagnia della Fortezza, Carcere di Volterra 2001

 

L’incontro con Maurizio Buscarino si svolgerà nel pomeriggio di sabato 17 marzo e sarà dedicato al racconto del suo percorso, del suo approccio col teatro e del pensiero che lo ha guidato in una ricerca costante e profonda. Non un corso di fotografia di scena, ma un’immersione nel periodo che lo ha legato alla storia del teatro contemporaneo.
Una lezione di fotografia e di cultura teatrale insieme.

Nel corso dell’incontro Maurizio Buscarino proietterà due video di montaggi sonori, “Ombre di legno” e “In cerca di luce”.

Per informazioni e iscrizioni potete scrivere a foto@chiaraferrin.com o telefonare al
328 3260054 oppure potete direttamente completare e inviare la scheda di iscrizione

“Ho sempre cercato di vedere il teatro dal punto di vista della mia estraneità, il sentimento necessario per “vedere”, come in strada, come nel gioco che facevo da bambino: quello di guardare chi viene, chi appare nella luce del campo visivo e se ne va dall’altro lato, di nuovo nel niente. Nel teatro e nella vita il niente è il senso primo e ultimo, è la quinta amniotica, il nulla, il nero. Qualcuno – ognuno – sbuca da questo nulla, attraversa uno spazio e un tempo, in un percorso più o meno complesso, per annunciare a “me” la sua scomparsa di nuovo nel nulla. Questo è il teatro: ma se ti poni da questo punto di vista è teatro anche l’attimo in cui ti guarda un capriolo nel bosco, o l’ambito interno della famiglia, o il carcere, ma anche la guerra, la piazza, le strade della città o quelle dei moderni pellegrini: è la vita nel campo del mio sguardo, che è tutto ciò che mi lega a questa vita.”
Teatro e Storia n.36-2015: Una fotografia, Maurizio Buscarino

“È essenziale stabilire un rapporto, anche senza troppe dichiarazioni d’intenti, in ore o notti di lavoro o in pochi istanti. Una premessa essenziale è sapere che la fotografia è una azione, un atto incidente e drammatico: si osserva la realtà disturbandola. Molto difficilmente la fotografia ha una connotazione umoristica. In essa si manifesta l’assenza: è un segno concreto che annuncia un’altra realtà, come una moneta d’argento che materializza il valore che si prende con la mano, per tenerselo.
Un ritratto, ma anche la sistemazione spaziale di ciò che accade nel luogo in cui si vede accadere qualcosa, non è solo il risultato di un’abilità nel manovrare gli attrezzi; non è trascurabile, ad esempio, una cultura di carattere pittorico o della storia dell’arte, che può far parte del bagaglio mentale del fotografo.
Nel rapporto di cui parlo, punto a toccare la presenza che transita dentro la maschera.
Nel teatro – il paesaggio umano che ho scelto – ho spiato la sospensione, la fatica, il sudore, la forza, ma anche l’instabilità, il timore e l’incantamento di chi compie il suo percorso nel mio campo visivo. Non mi sono sentito un’anima bella che prova il gusto della sensibilità allo spettacolo. Non volevo provare piacere, volevo capire. La mia estraneità al teatro non consisteva nel godere della finzione, ma nel vederne la realtà: la più grande e drammatica bellezza. Non mi sono sentito e non ho voluto essere un uomo di teatro, ma un uomo nel teatro.
Anche nella guerra ci sono i fotografi della guerra e i fotografi nella guerra. I primi sono fotografi aziendali, al soldo della forza. Gli altri sono fotografi che vanno a vedere ciò che accade realmente nella guerra. I primi sono quelli della guerra in Iraq, anime belle che hanno accettato di rappresentare la finzione del committente, dai quali non è venuta nessuna verità, falsi testimoni. I secondi, per esempio, sono quelli nella guerra in Vietnam – ne sono morti duecentocinquanta – che hanno contribuito in maniera importante a determinare la fine della guerra stessa, mostrandone la verità.
Ho sempre sentito l’avversione al servizio, pensando che l’onestà del mio lavoro e della mia testimonianza coincidesse con la mia piccola ma precisa necessità.”
Da un’intervista di Mariagiulia Colace.

 

 

Maurizio Buscarino (Bergamo, 1944)

Fra le firme più prestigiose della fotografia in Italia, dal 1973 produce un imponente lavoro sul teatro contemporaneo e, allo stesso tempo, una tenace e singolare rappresentazione della sua visione del mondo, restituendo immagini mirabili dal teatro europeo, americano e orientale, da Jerzy Grotowski a Tadeusz Kantor, dall’Odin Teatret a Eimuntas Nekrosius, dal teatro Kabuki al teatro nelle Carceri, dal teatro di Ricerca al teatro Lirico, dalla teatralità dei margini a quella istituzionale.
Nelle sue fotografie ogni Figura appare protagonista, collocata in un paesaggio costellato dai grandi dell’ultimo Novecento, insieme alla moltitudine degli sconosciuti. Tutti appaiono transitare sul palco dell’esistenza, ognuno nella propria fortissima unicità, ma tutti segnati da una comune appartenenza: la coscienza del rischio quotidiano dell’entrata in scena, per annunciare la propria scomparsa.

Tra i suoi libri:
Attore, Maurizio Buscarino, Regione Toscana, Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale di Pontedera, Pontedera (PI) 1980
La classe morta di Tadeusz Kantor, Maurizio Buscarino, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 1981
Vola Vola Peter Pan, Maurizio Buscarino, Marco Rota, Teatro Viaggio, Bergamo 1982
Portfolio, Maurizio Buscarino, La casa Usher, Firenze 1983
Il teatro abbandonato, Maurizio Buscarino, La Casa Usher, Firenze 1985
Il popolo del teatro, Maurizio Buscarino, Electa Leonardo Arte, Milano 1999
Kantor Il circo della morte, Maurizio Buscarino, Art& Edizioni, Udine 1997
Le Marche dei Teatri, Maurizio Buscarino, (2 volumi) Skira, Milano 2000
Un figlio dello Yiddish, Maurizio Buscarino, Electa Leonardo Arte, Milano 2000
Per antiche vie, Maurizio Buscarino, Electa Leonardo Arte, Milano 2001
Kantor, Maurizio Buscarino, Electa Leonardo Arte, Milano 2001
Post Cantum/un Paese, Maurizio Buscarino, Centro Culturale Poscante, Poscante 2001
Il teatro segreto, Maurizio Buscarino, Electa Leonardo Arte, Milano 2002
La giornata libera di un fotografo, Maurizio Buscarino, Titivillus Edizioni, Corazzano (Pi)
2002/06
Dèi Pupi, Electa Leonardo Arte, Milano 2003
Buio Luce Buio, Maurizio Buscarino, Titivillus Edizioni, Corazzano (Pi) 2003
Freigang eines Photographen, Maurizio Buscarino, traduzione e prefazione di Elmar
Locher, Edition Sturzflüg, Bozen – Studien Verlag, Innsbruck 2004
Gente di Zogno/che questo tempo chiamarono antico, Maurizio Buscarino, Comune di Zogno, Zogno 2004
Baj scenologia, Maurizio Buscarino, Titivillus Edizioni, Corazzano (Pi) 2004
Il mare dietro il muro, Maurizio e Federico Buscarino, Electa Milano 2008
Il segno inspiegabile, Maurizio Buscarino, Titivillus Edizioni, Corazzano (Pi) 2008
Solo Jazz/ dal Palazzetto al Donizetti, Maurizio Buscarino e Federico Buscarino, Elleni Galleria/Press R3, Bergamo 2014

 

PER INFORMAZIONI E ISCRIZIONI
foto@chiaraferrin.com
Telefono 328 3260054

scheda iscrizione Maurizio Buscarino

 

DoveTeatro dei Venti via San Giovanni Bosco 150 41121 Modena

Come arrivare:

da Modena sud

Dalla stazione dei treni, autobus numero 1,

fermata via Puccini, incrocio con via San Giovanni Bosco.

L’INCONTRO PREVEDE IL PAGAMENTO DI UNA QUOTA.
I POSTI SONO LIMITATI E LE ISCRIZIONI SARANNO VALIDE IN BASE ALL’ORDINE DI ARRIVO

 

 

 

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“Siamo uniti all’ambiente non umano da un senso di ‘intima affinità’, il corrispettivo psicologico della nostra affinità strutturale, atomica, sia con i vari elementi ambientali sia con la storia evolutiva dell’umanità, il ‘fato biologico dell’individuo’ che ci riporta a far parte, dopo la morte, di quello stesso ambiente. Questo legame, conscio e inconscio, che unisce l’individuo all’ambiente non umano è un elemento portante dello sviluppo della personalità, non certo esente dall’ambivalenza. Un’ambivalenza che oscilla tra la dipendenza e il controllo, la sottomissione e lo sfruttamento, e che può dunque promuovere attitudini di rispetto, ammirazione e tutela, ma anche di indifferenza e disprezzo.
Fino alla ferocia territoriale.”

Mindscapes. Psiche nel paesaggio. Vittorio Lingiardi

 


 

©Chiara Ferrin

 

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Gli operai che mi hanno vista fotografare hanno pensato fossi stata mandata dai proprietari per produrre prove relative al ritardo dei lavori:
<<Potevate almeno togliere la roba da buttare che poi mandano a far le foto!>>
Disse il capo cantiere.

 

©ChiaraFerrin

 

©Chiara Ferrin