TABLEAU VIVANT


Lavoro realizzato con Alessandra Zagni nel 2020 durante residenza artistica con la curatela di Isabella Bordoni, nell’ambito del progetto di arte pubblica MOP Modena Ovest Pavillion, con il coordinamento e la direzione artistica di CivicWise Italia, Associazione Amigdala e Premio Imagonirmia di Associazione Imagonirmia di Elena Mantoni.

 

 

HABITAT


HABITAT
Homemade collages

Isolation due to the quarantine, led me to examine the landscape and the repercussions of the human activity on it, by the use of Google Street View first, and Google Earth then.
Two instruments almost unknown to me suddenly turned out to be inspiring.
Being used to working on landscape matter doing researches mainly where I live, I had the possibility to explore virtually, for a long time, planet zones which I had just heard about.
The time has passed for searching for beauty. It’s time to look at reality and avoid looking elsewhere. It’s time to look the landscape issue in the eye and avoid rejecting it by chasing to the myth of the lyrical landscape. The landscape is spoiled, distorted, deformed. It’s imperative to have full awareness for the damages which our way of living keeps on producing in the whole planet.
These collages, compositions of photographs drawn from Google Earth, create patterns which can alter reality and confuse the vision, however, the esthetic dignity hides that which humans still struggle to recognize as an epochal disaster.

 

La condizione di reclusa per via della quarantena mi ha portata a indagare il paesaggio e le ripercussioni dell’attività umana su di esso, attraverso l’utilizzo di Google Street View prima, e di Google Earth poi.
Due strumenti a me quasi sconosciuti improvvisamente si sono rivelati ispiratori. Abituata a lavorare sui problemi ambientali facendo ricerca principalmente nel luogo in cui abito, ho potuto virtualmente esplorare a lungo zone del pianeta di cui avevo solo sentito parlare.
Non è più tempo di ricercare bellezza. È tempo di guardare la realtà e non volgere lo sguardo altrove. È tempo di guardare dritto in faccia il problema ambientale e non rifuggirlo inseguendo il mito del paesaggio lirico. Il paesaggio è deturpato, distorto, deforme. Serve coscienza piena del danno che il nostro modo di vivere ha prodotto in tutto il pianeta.
Questi collage, composizioni di fotografie estratte da Google Earth, creano dei pattern che alterano la realtà e confondono la visione, ma sotto la dignità estetica si cela ciò che l’uomo ancora fatica a riconoscere, un disastro epocale.

Chiara Ferrin, 2020

 

 

 

12.Asphalt;Dubai
Asphalt, Dubai

1.oil palm cultivation, Malaysia
Oil palm cultivation, Malaysia

11.Avocado plantations in Chile
Avocado plantations in Chile

10.Nuclear power plants in France
Nuclear power plants in France

9.Diesel, Siberia
Diesel, Siberia

8. Deforestation, Amazon
Deforestation, Amazon

7.Ceramic district of Sassuolo
Ceramic district of Sassuolo

6.Helheim glacier, Greenland
Helheim glacier, Greenland

5.Carrara marble quarries
Carrara marble quarries

4.Agbogbloshie, dump in Accra, Ghana
Agbogbloshie, dump in Accra, Ghana

3.Petrochemical, Houston
Petrochemical, Houston

2.Containers in the port of Klang, Malaysia
Containers in the port of Klang

 

 

 

 

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L’anno scorso, proprio in questa stagione, mentre lavoravo sui giardini, stavo vivendo un’esperienza strana, così strana da essere assurdo pure definirla così. Per ragioni di lavoro da qualche mese percorrevo più volte la settimana una strada brutta, una diramazione della tangenziale nord di Modena, che collega la città con il comparto ceramico di Sassuolo, la famigerata, per chi la conosce, Modena-Sassuolo. Una striscia di asfalto che taglia in due la campagna, una strada che inizialmente mi spaventava per il traffico massiccio di camion e di auto. Man mano che la percorrevo, però, ero sempre più tranquilla, finché non mi sono accorta di amare quella orribile strada. Inspiegabilmente era diventato il momento più bello del viaggio. Conoscevo e ammiravo le piante spoglie ai bordi della carreggiata, quelle più lontane, sole in mezzo ai campi, quelle tagliate, i cespugli, le piantine ribelli che spaccavano l’asfalto. E provavo quasi affetto per i capannoni industriali e le piastrelle imballate nella plastica azzurra: all’improvviso mi apparivano perfettamente incastonati nel paesaggio. La repulsione che prima mi provocavano era diventata affetto. E quando il mio periodo di lavoro in quella zona stava finendo ho capito che quel viaggio mi sarebbe mancato. E anche in seguito ho continuato a chiedermi come fosse possibile affezionarsi a un luogo che non ha neanche le caratteristiche del luogo, tanto da essere considerato un Nonluogo.

Finché una sera, diversi mesi dopo quell’esperienza, leggendo il libro di Francesco Careri, Walkscapes, Camminare come pratica estetica, dal quale ho già estratto brani per alcuni post precedenti, ho avuto una rivelazione.

 

Fine dell’arte

“Quando insegnavo alla Cooper Union, all’inizio degli anni cinquanta, qualcuno mi informò su come si riusciva a entrare nella New Jersey Tumpike che ancora non era stata ultimata. Presi tre studenti e guidai da un punto nel Meadows fino a New Brunswick. La notte era buia e non c’era illuminazione, né le linee della carreggiata, né il guardrail. Niente all’infuori della strada buia che scorreva attraverso un paesaggio di pianure, circondato lontano da colline e punteggiato dalle ciminiere, dalle fabbriche, dalle torri, dai fumi e dalle luci colorate. Questo tragitto in macchina è stato per me una rivelazione. La strada è una grande parte del paesaggio artificiale, ma non la si poteva però qualificare come opera d’arte. D’altra parte questo viaggio ha fatto per me quello che l’arte non aveva mai fatto. Quello a cui ancora non sapevo dare nome ha avuto in seguito l’effetto di liberarmi di un gran numero di opinioni che avevo sull’arte. Sembrava che ci fosse là una realtà che l’arte non aveva mai espresso. L’esperienza che avevo vissuto sulla strada, per quanto precisa fosse stata, non era riconosciuta socialmente. Tra me e me pensai: è chiaro che è la fine dell’arte. La maggior parte dei quadri sembravano pietrificatamente pittorici dopo di questo. Era impossibile metterlo in un quadro, bisognava viverlo. Più tardi ho scoperto alcune piste di atterraggio abbandonate, in Europa – lavori abbandonati, paesaggi surrealisti, qualcosa che non aveva niente a che fare con nessuna funzione, mondi creati senza tradizioni. I paesaggi artificiali senza nessun precedente cominciarono sempre più a entrarmi dentro”.

Samuel Wagstaff, Talking with Tony Smith, 1966

 

 

©Chiara Ferrin

 
 
 

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“A differenza dell’escursione dadaista, questa volta il teatro dell’azione non è la città, ma un territorio <vuoto>. La deambulazione – termine che porta con sé  l’essenza stessa dello spaesamento e dell’abbandono all’inconscio – si svolge tra i boschi, campagne, sentieri e piccoli agglomerati rurali. Sembrerebbe che all’intenzione di superare il reale nell’onirico  si accompagni la volontà di un ritorno a spazi vasti e disabitati, ai confini dello spazio reale. Il percorso surrealista si colloca fuori dal tempo, attraversa l’infanzia del mondo e prende le forme archetipe dell’erranza nei territori empatici dell’universo primitivo. Lo spazio si presenta come un soggetto attivo e pulsante, un autonomo produttore di affetti e di relazioni. È un organismo vivente con un proprio carattere, un interlocutore che ha sbalzi di umore e che può essere frequentato per instaurare uno scambio reciproco. Il percorso si svolge tra insidie e pericoli per provocare in chi cammina un forte stato di apprensione , nei due significati di <provare paura> e di <apprendere>. Questo territorio empatico penetra la mente nei suoi strati più profondi, evoca immagini di altri mondi in cui realtà e incubo vivono l’uno accanto all’altro, trasporta l’essere in uno stato di incoscienza. La deambulazione è un giungere camminando a uno stato di ipnosi, a una spaesante perdita del controllo, è un medium attraverso cui entrare in contatto con la parte inconscia del territorio.

Walkscapes. Camminare come pratica estetica. Francesco Careri

 

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©Chiara Ferrin. Piccolissima porzione di bosco nato spontaneo ai limiti dell'estrema periferia sud di Modena. 

 
 

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“Fulton elabora il tema del camminare come un atto di celebrazione del paesaggio incontaminato, una sorta di pellegrinaggio rituale attraverso quello che resta della natura. Il suo lavoro si accompagna a una preoccupazione ambientale ed ecologica, e i suoi viaggi possono essere letti anche come forma di protesta: ‘Il mio lavoro può inserirsi evidentemente nella storia dell’arte, ma mai nel passato c’è stata un’epoca in cui le mie preoccupazioni aveva tanto significato come oggi … gli spazi aperti stanno sempre più scomparendo … per me essere nella natura è una forma di religione immediata’. Long riconosce che ‘la natura produce molto più effetto su di me che non io su di lei’. Per i due artisti la natura coincide con una Madre Terra inviolabile sulla quale si può camminare, disegnare delle figure, spostare le pietre, ma non trasformarla radicalmente. È questo il punto da cui hanno ripetutamente preso le distanze dagli artisti della land art. La loro ricerca, che affonda le radici nella cultura del megalitismo celtico, è decisamente lontana dalla trasformazione massiccia dei paesaggi americani. Per Long ‘land art è un’espressione americana. Sta a significare dei bulldozer e dei grandi progetti. Mi sembra essere un movimento tipicamente americano; è la costruzione di opere su alcuni terreni comprati dagli artisti con il fine di fare un grande monumento permanente. Tutto ciò non mi interessa assolutamente’. L’intervento di Long è privo di ogni apporto tecnologico, non incide in profondità la crosta terrestre, ma ne trasforma la sola superficie e in modo reversibile. Il solo mezzo impiegato è il proprio corpo, le sue possibilità di movimento, gli sforzi delle sue braccia e delle sue gambe: la pietra più grande che viene utilizzata è quella che si può spostare con le proprie forze e il percorso più lungo è quello che il suo corpo può sostenere in un certo periodo di tempo. Il corpo è uno strumento di misura dello spazio e del tempo. Attraverso il corpo Long misura le proprie percezioni e le variazioni degli agenti atmosferici, utilizza il camminare per cogliere il mutare della direzione dei venti, della temperatura, dei suoni. Misurare significa individuare dei punti, segnalarli, allinearli, circoscrivere degli spazi, intervallarli secondo un ritmo e una direzione, e anche in questo Long trova una radice primordiale: la geometria come misura del mondo.”

Walkscapes. Camminare come pratica estetica. Francesco Careri

 


 

 

©Chiara Ferrin