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“Senza dubbio la storia dei giardini è particolarmente segnata dalla nozione di ordine. È nel giardino – e solo nel giardino – che la natura viene rappresentata secondo un ordine particolare. Altrove, nel paesaggio agricolo, la natura viene contraddetta in modo radicale. E se il paesaggio non è agricolo diciamo che è selvatico, il che esclude la nozione di ordine. L’ordine del giardino è visivo. È percepibile tramite la forma. Il vocabolario che ad esso si lega è molto preciso: bordure, siepi, aiuole, viali, recinti ecc., e punta a rompere la solidarietà tra elementi che, in natura, si accavallano confusamente. Così, l’ordine è al tempo stesso un’apparenza, un contorno delle forme, una superficie o un’architettura. Tutto ciò che se ne discosta è disordine. Di qui le tecniche di conservazione di quest’ordine: potatura, falciatura, sfrondatura, incannicciatura, palizzamento ecc. Tutto si svolge come se, finora, l’ordine fosse stato percepito solamente tramite l’esterno dei fenomeni – il loro aspetto – e come se quest’ultimo non dovesse mai cambiare. Eppure, anche per definire la forma, conosciamo altre parole. A proposito dei raggruppamenti forestali, si parla di <<manto arbustivo>> quando la bordura è fitta, e di <<orlo>> per riferirsi alle erbe che l’accompagnano. Questo vocabolario designa un tessuto continuo che va dalla canopea al prato. È fatto di essenze varie, intrecciate. E quando questo tappeto erboso, questo prato, è ravvivato da cespugli spinosi, si dice che è <<armato>> oppure che è stato occupato da <<arbusti di colonizzazione>>.
Si tratta ancora di un giardino?
Forse. Ma includere queste parole nella già lunga lista di quelle che ingombrano le opere sui giardini presuppone uno sguardo nuovo sulla nozione d’ordine. Uno sguardo diametralmente opposto che dovrebbe tener conto, per esempio, della possibilità di esprimere un ordine interiore, un ordine intimo, quello dei messaggi trasmessi in vista di un’evoluzione; un ordine che autorizzerebbe ad <<andare verso>>. <<La natura evolve, cioè aggiunge e complessifica, senza sottrarre>> (Henri Laborit). In un giardino a <<ordine statico>>, una digitale che esce dal gruppo cui era destinata diventa indesiderabile. Produce disordine. In un giardino a <<ordine dinamico>> una digitale vagabonda traduce una fase dell’evoluzione del luogo. Il disordine consisterebbe, al contrario, nell’interrompere questa evoluzione.
Molto spesso l’ordine è associato alla pulizia. È una nozione soggettiva che non ha nessun senso biologico. Dà luogo a comportamenti diversi. In un parco floreale del centro della Francia, un giardiniere tagliava tutto in una volta fiori appassiti e altri appena sbocciati; li stipava in un secchio per gettarli. Il proprietario se ne accorge e si allarma:
- Perché sta tagliando i fiori ancora belli?
- Mi porto avanti col lavoro, signore!
Questo gesto anodino comporta più conseguenze di quanto si possa immaginare. Certo, sopprimendo la causa si sopprime l’effetto, ma sopprimere i fiori appassiti non significa solo togliere sporcizia (rendere pulito), significa anche sopprimere i frutti, dunque i semi. Ora, è proprio nei semi che si trova l’essenza del messaggio biologico, quello che genera un ordine dinamico, portatore di giardini sconosciuti.

 
Gilles Clément, Il giardino in movimento
 

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©Chiara Ferrin. Modena, bosco spontaneo nato ai limiti della periferia sud, accanto al prato di Vaciglio, 
anch'esso a rischio di cementificazione